dalla rivista "BLU Attori" Michelangelo Arizzi


di Giampiero Mughini



Alcuni anni fa, ed era la prima volta che sentivo il nome di Michelangelo Arizzi, una mia amica mi mostro' alcune foto che le aveva scattato un fotografo che lei conosceva e bazzicava.
Giovane e irrequieta, in fatto di consapevolezza della sua femminilita' la mia amica era assieme acerba e disponibile. Non sapeva ancora quel che nella giostra dei corpi non e' banale, ma sapeva che avrebbe imparato ed avrebbe fatto. Esattamente, e mi colpi', quel che interpretavano le foto che mi vennero mostrate, e che ebbi poi in regalo. Lei vi portava un cappello di paglia dalla larga falda che occultava il volto, solo lasciando sbirciare labbra che erano chiuse ma pronunciate e sicure. Se ne stava su un capitello che faceva da piedistallo e che la innalzava, ma su quel piedistallo era come impacciata ed esitante. Su quel piedistallo, in una delle foto, aveva un corda che la avvinghiava le caviglie e lei faceva il gesto non sapevi se di liberarsene o di stringersela vieppiu', perche' quella, o felice o prigioniera, sarebbe stata la via di un piu' sublime piacere.
Il tutto di un erotismo accennato ma intenso, un erotismo di testa il cui solo indizio apparente era quel tessuto sottile e trasparente della gonna che lasciava intravedere lo slancio delle gambe. Tutto quadrava, tra cio' che vedevo in quelle foto e quel che io pensavo della mia giovane e acerba amica.
Sempre il volto della modella e' secondario, spesso occultato, nelle costruzioni fotografiche di Arizzi. Le ragazze sono viste di schiena, o hanno un braccio che protegge il volto, o i lunghi capelli si accendono e ingombrano il primo piano, o la foto e' tagliata in modo da mostrare solo il torso e le gambe. Il segno che il suo percorso dalle parti della donna e' mitico ed essenziale, l'estenuante ricerca di un fantasma. Un fantasma che c'e' e non c'e', non e' quella donna li' con quel volto li': i' invece quel gesto delle braccia o delle gambe, quel fondoschiena che si tende al contatto di un oggetto di Philippe Starck o di una languidissima melanzana. Non e' mai una donna quella che giace e si offre, e' la Donna. Le donne forse non esistono, la Donna eccome e ci morde la carne.
L'erotismo di Arizzi e' tutto di testa e parte dalla testa, come nelle foto del grande Helmut Newton, o in quelle di Marino Parisotto Vay (per dire di un italiano dei giorni nostri). Nelle sue costruzioni, e prima di andare a scovare quella ragazza li' e metterla in quel modo sfrontato li', c'e' sempre un'idea e un sogno. Che Arizzi sia stato un pittore e che abbia iniziato da pittore, lo si capisce. Sempre la sua immagine e' giocata in modo da occupare l'intero spazio della foto; mai si limita al dettaglio, all'esaltazione del dettaglio.
A me piacciono molto le foto ambientate in una macelleria, dove il rimando erotico e' al libro di Alina Reyes, Le Boucher ("Il Macellaio"), il libro che ebbe un grande eco qualche anno fa. Ma su tutte vado matto per la foto della ragazza genuflessa iinanzi ad una sorta di palla di vetro. Arizzi dice che e' genuflessa innanzia alla "purezza". Scegliete voi se credergli o no. Quella ragazza potrebbe essere genuflessa innanzi all'opposto, al peccato, al demonio: sta in questa e sostanziale ambiguita' la malia della foto e del suo linguaggio. L'importante per noi che guardiamo, e' che quella ragazza sia talmente genuflessa, talmente teso e schiacciato verso il basso quel corpo stupendo di donna; che sia talmente intensa la sua ipnosi, la sua disponibilita', talmente assoluta la sua virtu' o il suo errore, la sua fede o la sua lussuria. E' naturalmente occultato il volto. Perchè e' della Donna che stiamo parlando, del fantasma che occupa ogni cantuccio dell'immaginazione maschile. Un fantasma che non corrisponde a nessun nome e a nessun cognome. Un fantasma che non ha un volto. C'e' solo che e' eterno.